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Il “Grande Fratello” dei beni culturali in Sardegna.


Villanovaforru, Nuraghe Genna Maria

 

 

Come non essere d’accordo con Marcello Madau, archeologo e docente di beni culturali e ambientali presso l’Accademia di Belle Arti di Sassari?     La proposta di legge regionale  bipartisan scaturita dall’VIII Commissione consiliare permanente (qui il testo unificato) per l’istituzione della Fondazione Sardegna beni culturali ricorda i kombinat sovietici, quelle aggregazioni industriali che accentravano e pianificavano qualsiasi attività aziendale in un’intera regione.

A legger il testo unificato della proposta normativa, sembra l’obiettivo della Fondazione: “la Fondazione è l’organo tecnico-scientifico di programmazione e di gestione regionale nel settore dei beni culturali e paesaggistici della Sardegna” (art. 1).                      Il Grande Fratello orweliano della cultura, assommando funzioni di programmazione, gestione, indirizzo e coordinamento di qualsiasi cosa riguardi i beni culturali isolani (art. 4).

E addirittura con una palese invasione di competenze primarie dello Stato in materia di tutela ambientale, paesaggistica, dei beni culturali (art. 117, comma 2°, lettera s, cost) e una sostanziale abdicazione nelle proprie competenze da parte della Regione autonoma della Sardegna: “la gestione dei beni culturali e paesaggistici della Sardegna di competenza statutaria della Regione, o conferiti a essa o agli enti pubblici territoriali dello Stato, è esercitata direttamente dalla Fondazione a partire dal 1° gennaio 2012”. (art. 14, comma 1°).

Non solo. Pur essendo una fondazione costituita esclusivamente da Enti pubblici territoriali (art. 5) e potendosi, quindi, ipotizzare l’applicazione della disciplina sull’in house providing, con la consequenziale applicabilità delle normative in tema di accesso al lavoro nella pubblica amministrazione, si prevede l’assunzione diretta a domanda di tutti gli addetti delle società attualmente operanti per la gestione di beni culturali in Sardegna (art. 14, comma 2°: “gli operatori dei beni culturali della Sardegna, costituiti in cooperative o dipendenti da cooperative e titolari di contratto di servizio con comuni o unioni di comuni, o dipendenti da fondazioni di beni culturali costituite da soci pubblici, e, in ogni caso, che prestano la propria attività da almeno cinque anni, sono assunti, a domanda, dalla Fondazione”).

Cagliari, la Torre dell’Elefante

Insomma, c’è parecchio da cambiare in una proposta di legge poco consona alle esigenze della tutela e della reale valorizzazione dei beni culturali della Sardegna.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

 

 

anche su La Nuova Sardegna, 28 maggio 2012

La mano della “casta” sui beni culturali.   Marcello Madau

Sta per essere discusso in Consiglio Regionale un testo unificato (centro-sinistra+centro-destra)  per la nascita della ‘Fondazione Sardegna beni culturali’, che si dovrà occupare “della gestione, della valorizzazione, fruizione e ricerca scientifica del patrimonio culturale della Sardegna”. Martedì 29 a Cagliari vi sarà invece un convegno dal titolo accattivante “Il sistema museale di Monte Prama. Un approccio partecipativo alla valorizzazione” promosso dal Ministero dei Beni e delle Attività culturali. Motto in piena evidenza: ‘Beni culturali beni comuni’. Ma circola voce che si discuterà anche della ‘Fondazione’.

L’attuale situazione dei beni culturali è molto critica: calo dei finanziamenti, crisi del sistema della tutela e della formazione, gestioni rinnovate talora anno per anno, livelli non certo omogenei di professionalità, carenza di norme, rischi di particolarismo. La Regione cerca di rimediare con un soggetto unico, puntando sulla fascinazione di due promesse: la semplificazione delle procedure tramite un ente che assuma direzione e fondi, l’assunzione degli operatori delle cooperative e società operanti nelle aree e nei vari organismi di gestione (dalla Fondazione e non dalla Regione), ai quali affidare persino funzioni di coordinamento; comitato tecnico-scientifico con presenza costante delle Soprintendenze e dell’Università (gli organi del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali Ministero, dovrebbero controllare per le materie di competenza, l’operato della Fondazione. Così controlleranno anche se stesse…). Pur essendovi ‘beni e attività culturali’ ad essi relative – mancano le istituzioni dell’Alta Formazione Artistica e Musicale, come i Conservatori e le Accademie di Belle Arti. Molte organizzazioni professionali, come gli archeologi, non sono state neppure sentite. L’Associazione Nazionale Archeologi – Sardegna ha manifestando preoccupazione e forti perplessità su questa iniziativa.

Sassari, Castello aragonese (acquarello di Simone Manca di Mores, fine ’800)

Il sistema dei beni comuni, autogoverno delle comunità all’interno di regole chiare universali e organismi centrali snelli, ha portato Elinor Ostrom, che ne ha dimostrato la maggiore efficienza, al Nobel per l’economia nel 2009. La Regione, invece di ragionare su questo modello coordinando  una serie di beni, forze e risorse in modo da migliorarne gli assetti proponendo standard qualitativi, disegna un modello di accentrato, con gravi ricadute sul sistema lavoro e non pochi aspetti giuridicamente discutibili.

Così la scelta che sembra imporsi ,‘dall’alto’, per Monti Prama, frantumando contesti unitari di beni comuni  e magari chiamandola azione partecipata. Ci auguriamo che ci si fermi su questa strada, perché le statue nuragiche ed i materiali connessi devono risiedere tutte nel territorio di provenienza, evitando la scellerata divisione in tre sedi (Cagliari, Cabras, Li Punti).

Territorio bene comune. Ma nel testo della ‘Fondazione’ si configura  un’ azione di ‘esproprio’ dei comuni, sia dal punto di vista amministrativo sia da quello finanziario. Che faremo poi dei compiti delle province? Ancora, tensioni giuridiche: se la valorizzazione dei beni culturali è una competenza concorrente fra Stato e Regione, e la gestione del patrimonio archeologico può avvenire nei territorio tramite appositi accordi, area per area, la conservazione (a differenza di quanto emerge dal testo) è competenza primaria dello Stato. Spero che non si sia pensato che siccome le aree archeologiche, tramite la legge regionale 14/2006, sono dentro il sistema museale ed il circuito museale è di competenza della Regione, le aree archeologiche sono perciò di competenza della Regione.

Le ragioni per le quali la Sardegna non sfrutta appieno, anzi assai male lo straordinario patrimonio culturale  dipendono da molti fattori. Non si risponde a questa crisi accentrando tutto il potere nei palazzi cagliaritani. Nasce il dubbio di una potente operazione, trasversale,  nella quale la classe politica tradizionale (ancora dominante nel consiglio regionale) costruisce un nuovo sistema di potere. Sulla risorsa nella quale si appuntano le speranze del territorio e dei lavoratori cognitivi.

Cagliari, Tuvixeddu, area archeologica (tombe puniche)

Questioni aperte, per le quali ci si augura che la saggezza prevalga, evitando che questa Fondazione vada avanti, o modificandone radicalmente la logica. E che le statue di Monte Prama non vengano divise in tre sedi. Beni culturali e territorio: beni comuni, ma seriamente.

 

(foto da Il Manifesto Sardo, S.D., archivio GrIG)

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  1. maggio 28, 2012 alle 5:13 pm | #1

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. giugno 5, 2012 alle 2:52 pm | #2

    e certo, tutti assunti – a semplice domanda, senza alcun concorso nè verifica delle competenze professionali – in una delle epifanìe di “mamma Regione”…bravi, complimenti!

    da La Nuova Sardegna, 5 giugno 2012
    Beni culturali, i precari sono per la Fondazione.
    Il Comitato “Nessuno a casa” raccoglie i lavoratori di siti archeologici, musei e biblioteche che aspettano da anni normative che li tutelino. (Alberto Pusceddu, Comitato “Nessuno a Casa” Operatori Beni Culturali Sardegna)

    Il Comitato “Nessuno a Casa” è un organismo sorto spontaneamente tra le fila degli operatori dei Beni Culturali della Sardegna. Gestiscono musei, siti archeologici e ambientali, archivi e biblioteche e svolgono, da precari, il proprio lavoro attraverso visite guidate, custodia, manutenzione e valorizzazione dei siti. Lottano da anni per il riconoscimento del loro ruolo, così determinante e importante ma minacciato dalla precarietà. Da circa trent’anni ad oggi gli operatori hanno permesso al vasto pubblico di visitatori di fruire i Beni Culturali. Dal 1984, infatti, sono stati approvati e finanziati dalla Regione numerosi progetti che danno lavoro a molte centinaia di persone: archeologi, antropologi, laureati in lettere, in lingue, guide turistiche, operatori culturali, bibliotecari e archivisti che, più volte, si sono aggiornati e riqualificati attraverso corsi di formazione regionali e non. Fin dal 1984 la Regione Sardegna ha puntato sulla valorizzazione e conservazione del proprio patrimonio culturale considerandolo fondamentale nello sviluppo socio economico dell’Isola ed ha ritenuto quest’inestimabile patrimonio perno dello sviluppo culturale. In tal senso è primario il ruolo svolto dagli operatori dei Beni Culturali che da professionisti hanno investito la propria formazione nel proprio territorio. Vorremmo che agli attuali occupati fossero riconosciuti la professionalità e l’impegno nell’aver ricoperto un ruolo spettante alle Istituzioni, grazie alla tenacia e alla caparbietà di restare legati ad un lavoro così denso di preoccupazioni, ma anche di grande fascino. Il buon funzionamento di un settore strategico, quale quello dei Beni Culturali esige programmazione, controllo e supervisione diretta dell’Ente Regionale al fine di ricondurre le singole iniziative a visione d’insieme, analogamente ad altri settori rilevanti (vedi agricoltura, acqua ecc.). Il succedersi delle Amministrazioni Locali, invece, oltre a non garantire tale organicità, ha messo e mette a rischio i lavoratori che sono soggetti alle simpatie o antipatie degli amministratori di turno. Da sempre il miglioramento del livello culturale porta a un miglioramento sociale ed economico delle comunità. Perciò le risorse regionali investite in questo settore devono essere considerate fondamentali in un’ottica dì sviluppo culturale e socio economico in generale, sia locale sia regionale. Oggi esiste finalmente uno strumento, una proposta di legge, condivisa da maggioranza e opposizione, nata dalla sintesi di tre proposte. Si tratta del testo unificato approvato il 13 marzo 2012 dall’VIII Commissione Regionale, che prevede l’istituzione di una Fondazione Regionale per i Beni Culturali. Al momento è l’unico strumento che sia mai stato prodotto da quando esistono le gestioni dei Beni Culturali in Sardegna. È stato fortemente voluto, seguito nel suo nascere e caldeggiato dagli operatori del settore riuniti nel Comitato “Nessuno a Casa”. È importantissimo che la proposta approdi quanto prima in Consiglio per essere discussa e, dove necessario, emendata e approvata. All’approvazione di tale legge è subordinata la proroga del finanziamento regionale per le gestioni. Se non ci dovesse essere la proroga, infatti, dal Primo gennaio 2013 tutti i beni culturali non saranno più gestiti e fruibili perché gli operatori del settore torneranno a casa costretti ad abbandonare ad un triste destino i luoghi della cultura e a gettare al vento tutti gli anni di impegno in cui avevano coltivato il sogno di lavorare nella propria terra e di portarla oltre i confini dell’Isola.

  3. giugno 6, 2012 alle 3:03 pm | #3

    riceviamo e pubblichiamo volentieri.

    L’Associazione Nazionale Archeologi (ANA) – sezione Sardegna è parte della omonima Associazione professionale italiana, la più grande e rappresentativa del settore. Iscritta al COLAP (Coordinamento Libere Associazioni Professionali, con un rappresentante nel suo Consiglio Direttivo), è partner ufficiale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e presente nel tavolo tecnico congiunto con la direzione dello stesso Ministero per la definizione dei nuovi assetti legislativi e professionali nel campo dell’archeologia in Italia e all’estero.
    Il sito ufficiale è http://www.archeologi.org

    L’Associazione Nazionale Archeologi – sezione Sardegna guarda con attenzione e preoccupazione il testo, di prossima discussione nell’aula del Consiglio Regionale della Sardegna, riguardante l’istituzione della ‘Fondazione Sardegna beni culturali’(TESTO UNIFICATO N. 235-276-292/A).

    L’ANA Sardegna ritiene che il patrimonio culturale e paesaggistico sardo sia risorsa centrale per il benessere economico e morale dell’isola. E che il capitale di lavoro cognitivo presente, del quale essa rappresenta gli archeologi, sia una grande ricchezza a disposizione del territorio.

    Sappiamo bene quanto l’attuale situazione sia delicata, con gravi carenze finanziarie e organizzative, pesanti tagli ai beni culturali e alla formazione pubblica, una gestione del patrimonio episodica, spesso localistica e non sempre competente.

    Comprendiamo perciò la necessità di uno strumento di razionalizzazione e di sistema per il territorio; ma abbiamo serie perplessità che la Fondazione oggi proposta possa rappresentare uno strumento adeguato ed efficace.

    La tematica dei beni archeologici come beni comuni non è un’esercitazione ideologica, ma una direzione sempre più discussa e praticata, nella quale le iniziative delle comunità, anche nel campo della cultura, esprimono la propria multiforme ricchezza, che attende e merita un saggio coordinamento. Esse non devono essere esautorate, assieme alle opportunità di lavoro, per gestirle in maniera che ci pare troppo accentrata.

    E’ perciò preferibile un modello ‘leggero’ attraverso il quale la Regione Autonoma possa dare linee sicure di indirizzo e coordinamento, valorizzando l’emergere delle iniziative dei territori a partire dai Comuni, portandole a regime e suggerendo sinergie e reti orizzontali.

    La Regione dovrebbe dare standard qualitativi molto precisi per la gestione e la valorizzazione delle aree archeologiche e dei musei, individuando i livelli curriculari necessari per svolgere attività professionali. Con piena applicazione, nel campo dei musei, delle indicazioni della Carta delle professioni ICOM-Italia. Indicare i requisiti minimi per i bandi per le gestione di aree archeologiche e musei civici. Non delegare a enti terzi e ad altre istituzioni i propri compiti, la propria autonomia negli indirizzi politici e culturali, che qua rischiano lo svuotamento.

    Il previsto assorbimento nella Fondazione del personale delle aree, sul quale la discussione è assai delicata, avverrà solo per le gestioni esistenti? Per quelle future, che auspichiamo possano nascere e certamente nasceranno dal territorio e dai lavoratori cognitivi, cosa succederà?
    Intanto ciò avviene senza indicare con chiarezza le professionalità nel campo della gestione e del coordinamento, al quale gli operatori stessi vengono destinati; addirittura non sotto la direzione della Regione, o della Fondazione, ma dell’Ente di tutela attraverso i funzionari delle Soprintendenze: ciò che pone problemi di riconoscimento del lavoro, di autonomia dell’istituzione regionale, di possibile turbativa dello stesso mercato del lavoro.

    Lo scenario possibile tramite l’art. 14 potrebbe persino configurare un nuovo apparire delle collaborazioni esterne ‘gratuite’ che hanno costituito una lunga storia dolorosa per il lavoro professionale dell’archeologo – e naturalmente di altre categorie di professionisti della cultura – a scapito di aree ed occasioni di lavoro regolarmente concordate e contrattualizzate.

    Così, nel Comitato tecnico-scientifico (art. 12), ci sembrano eccessivi e non lineari ruolo e presenza delle Soprintendenze, che in realtà fanno parte dell’Ente che dovrebbe effettuare l’Alta Sorveglianza sui beni archeologici: quindi sul loro uso e, in estensione, sull’operato della stessa Fondazione.

    Il comitato tecnico-scientifico, comprese le Università e le Istituzioni tuttora escluse, assieme alle associazioni professionali riconosciute, dovrebbe piuttosto indicare, o contribuire ad indicare, linee di indirizzo scientifico e di tutela a norma di legge e standard qualitativi.

    La programmazione degli indirizzi tecnici e politici di una Regione Autonoma dovrebbe essere di esclusivo appannaggio della stessa.

    L’Associazione Nazionale Archeologi – sezione Sardegna ritiene che allo stato attuale il testo della ‘Fondazione beni culturali Sardegna’ sia preferibilmente da abbandonare, o quanto meno radicalmente da rivedere a favore di una struttura leggera, con ruolo di indirizzo e coordinamento qualitativo, senza sovrapposizioni né oggettivi conflitti di interesse istituzionale.

    L’Associazione Nazionale Archeologi, in quanto associazione professionale e democratica, è a disposizione della ‘costruzione della polis’, in maniera trasparente, con la propria competenza tecnica e scientifica.

    Giuseppina Manca di Mores – Presidente ANA Sardegna

    Sassari, 28/05/2012

  4. giugno 7, 2012 alle 3:05 pm | #4

    da La Nuova Sardegna, 7 giugno 2012
    Il caso della Fondazione: se la politica opprime la cultura. (Marcello Madau)

    Curiosa regione questa Regione Autonoma della Sardegna: lancia messaggi di rinascita e sovranità contro il centralismo, prove referendarie contro la cosiddetta ‘casta’. E si appresta a discutere in aula la nascita della ‘Fondazione Sardegna beni culturali’: un progetto decisamente centralista (il Gruppo di Intervento Giuridico lo ha avvicinato ai “kombinat” sovietici, che però erano meno rigidi!). Abito su misura per il controllo del ceto politico regionale sulla risorsa più importante della Sardegna. Non ripeteremo quanto indicato sulla ‘Nuova’ del 28 maggio scorso. Vogliamo rinnovare l’esortazione alla prudenza, la necessità di una riflessione profonda.
    Stiamo parlando di un bene comune in grado di consolidare i valori della cittadinanza per il suo radicamento culturale e paesaggistico. Di una vera prospettiva pulita, forse la più seria. Mentre emergono con forza, anche nei più avanzati settori accademici, i modelli dei ‘commons’, la Regione vuole annullare i finanziamenti ai comuni e agli enti territoriali, cancellando gli articoli di legge (artt. 6 e 21 della L.R. 14/2006) che li prevedono. Soldi e competenze faranno capo alla ‘Fondazione’. E’ ben vero che serve migliorare la pessima situazione del settore: ma sarebbe preferibile dare precisi standard qualitativi e professionali, commisurando l’erogazione dei finanziamenti che spettano ai comuni (in primo luogo il patrimonio è nei territori delle comunità) all’osservanza di tali standard, all’interno dei modelli prescelti dai territori, premiando e incoraggiando le sinergie: questo creerebbe qualità e lavoro. Il modello della Fondazione brucerà questo lavoro e il suo particolare ‘mercato’, irrimediabilmente. Gli standard dovrebbero essere proposti da un Comitato Tecnico-scientifico, che qua sembra chiamato a dettare le politiche regionali. Troppo numeroso – 29 componenti -, composto unicamente da Soprintendenze ed Università (assenti Conservatori e Accademie di Belle Arti, competenti in molti beni del settore, e le Associazioni professionali riconosciute, neppure consultate). Il vertice tecnico-scientifico del Ministero dei beni e delle attività culturali è composto da 15 membri. Nei comitati tecnico-scientifici, in tutto 28 componenti, gli ‘esterni’ sono il 50%. Infine, il lavoro. Si profila un’operazione clientelare: è nota la lunga precarietà di centinaia di operatori, i contratti rinnovati talora di anno in anno, che hanno maturato sofferenza e diritti, ma questa dinamica ha bloccato l’accesso al lavoro nel settore. Una situazione precaria, drogata, assistita. Il testo propone di assumerli e farli coordinare dai funzionari delle Soprintendenze! Basta con le assunzioni dirette. Prima fissiamo le necessità professionali reali e poi procediamo a concorsi pubblici che, riconoscendo adeguatamente l’esperienza maturata, mettano al centro i profili professionali richiesti in Italia e in Europa (ad es., per i musei, le indicazioni di Icom Italia). Ci sono già diverse proteste: del Gruppo di Intervento Giuridico abbiamo detto. Secondo l’Associazione Nazionale Archeologi – sezione Sardegna allo stato attuale il testo della ‘Fondazione’ è quanto meno radicalmente da rivedere a favore di una struttura leggera, con ruolo di puro indirizzo e coordinamento qualitativo: si valorizzino le professionalità di tutti gli operatori culturali con gare di evidenza pubblica, l’autonomia dei territori senza sovrapposizioni né oggettivi conflitti di interesse istituzionale. Nel mondo politico isolano vi è stato finora il parere assai critico del PdCI-Federazione della Sinistra. Ma abbiamo raccolto forti malumori negli stessi ambienti delle Soprintendenze e del Ministero. Questa legge, forma borbonica di inedito centralismo, non va approvata: così’ com’è premia i centri di potere, paralizza il lavoro, espropria ogni possibilità di sviluppo virtuoso dei territori.

  5. giugno 20, 2012 alle 2:55 pm | #5

    da La Nuova Sardegna, 20 giugno 2012
    LA CASTA ARTIGLIA LA CULTURA. Le mani della Casta sui beni culturali. (Marcello Madau): http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_231_20120620084956.pdf

  6. gennaio 2, 2013 alle 2:04 pm | #6

    da La Nuova Sardegna, 2 gennaio 2013
    Ora il sito archeologico lo restaura lo sponsor privato. Sulla scia di quanto è successo con il “caso Colosseo” si profila una situazione che consente alle aziende e agli enti di avviare la manutenzione dei monumenti. (Marcello Madau): http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_231_20130102083359.pdf

  1. giugno 1, 2012 alle 2:37 pm | #1
  2. settembre 1, 2012 alle 1:17 am | #2

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